vendredi 22 septembre 2017

Social Risk: utenti over 55 a rischio truffe sulla rete.

Come aiutarli?
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Secondo uno studio recente di Kaspersky Lab le persone di questa fascia d’età non hanno la giusta percezione dei rischi sulla rete e di conseguenza non adottano le giuste misure di sicurezza (oltre il 90% svolgono operazioni sensibili on line e l’86% non pensa di poter essere bersaglio di truffe o rischi). La strada è quella dell’informazione ;



ode">I risultati dell’indagine, contenuti nel report intitolato “Più maturi e più saggi? Uno sguardo alle minacce che gli over 55 affrontano online”, dimostrano che le persone appartenenti a questa fascia d’età possono attuare comportamenti pericolosi online e diventare vittime di frodi.

jeudi 21 septembre 2017

“Positive Nutrition”, la dieta che agisce sull’infiammazione per controllare il peso

L’orizzonte è già definito. Per parlare di dieta, d’ora in avanti, non si dovrà più fare riferimento soltanto alla prevenzione delle malattie. In un’ottica più costruttiva, occorrerà pensare al momento in cui ci si siede a tavola come a un’occasione per migliorare il proprio stato di forma: anche se si è sani.

Ruota attorno a questa nuova idea di alimentazione «Positive Nutrition - I pilastri della longevità», il libro che Barry Sears ha appena pubblicato (Sperling&Kupfer) assieme ai colleghi Benvenuto Cestaro (ordinario di biochimica della nutrizione all’Università di Milano) e Giovanni Scapagnini (associato di biochimica clinica all’Università del Molise).

«La dieta non è soltanto privazione, ma anche aggiunta di alimenti che possono aiutarci a vivere più a lungo e meglio - ha spiegato l’inventore della Dieta a Zona, nel corso del quarto congresso internazionale sulle
scienze della nutrizione, svoltosi a Milano -. Negli Stati Uniti già da anni si parla di longevità considerando gli anni di vita al netto da qualsiasi malattia. È questa la chiave che può invertire il trend che ha portato un aumento dei casi di obesità. L’obiettivo del modello alimentare descritto nel libro è quello di massimizzare la durata della vita in salute agendo sull’infiammazione silente».

«Positive Nutrition»: di cosa si tratta?
Mentre l’invecchiamento è un processo irreversibile influenzato dall’assetto genetico di ognuno di noi, che può fare aumentare la suscettibilità individuale a contrarre una malattia, il rischio di sviluppare una malattia è legato in prevalenza a fattori ambientali: tra cui l’alimentazione e lo stile di vita in generale. La cosiddetta infiammazione «silente», che concorre all’invecchiamento, è alla base di importanti malattie croniche: prime tra tutte il diabete quelle cardiovascolari (infarto del miocardio, scompenso cardiaco) e neurodegenerative (Alzheimer, Parkinson, demenze cerebrovascolari), i tumori. Massimizzare la durata della vita in salute agendo sull’infiammazione silente è proprio l’obiettivo della «Positive Nutrition», che Scapagnini
descrive come «un approccio culturale che aiuta a raggiungere una maggiore felicità. Siamo abituati a pensare alla dieta con l’idea della privazione, ovvero la necessità di eliminare o quanto meno limitare il consumo di certi alimenti specie se abbiamo problemi di salute come colesterolo o diabete. Ma il cibo può essere una fonte di sostanze benefiche per la salute, veri e propri farmaci, con azioni ben precise sull’organismo e sul funzionamento di ogni sua singola cellula». In questo caso non si parla dunque dell’ultima dieta del momento, ma di una filosofia alimentare da abbracciare fin dall’adolescenza e per sempre.

Tutto ruota attorno all’infiammazione
Nel libro molto ruota attorno al concetto di infiammazione, a cui la comunità scientifica sta dando sempre più credito negli ultimi anni. «Perché se da una parte ci permette di difenderci dalle invasioni microbiche e consente alle lesioni fisiche di guarire, se non si risolve in maniera adeguata diventa un’infiammazione a bassa intensità che può attaccare i nostri stessi organi, accelerando l’insorgere di malattie croniche», afferma Sears, tra i massimi esperti nel campo del controllo della risposta ormonale attraverso la dieta. L’inventore della
famosa dieta a Zona parte da un concetto fondamentale e ormai condiviso da tutti gli esperti: l’infiammazione silente è alla base dell’eccesso di peso e di gran parte delle malattie. Mantenerla entro certi limiti è uno dei fattori chiave della «Positive Nutrition», in quanto permette di ridurre lo sviluppo precoce di malattie croniche.

Ma come combattere l’infiammazione a tavola? «Riducendo l’apporto calorico, ma senza generare la sensazione di stanchezza o fame - è il pensiero di Sears -. Occorre ridurre il consumo di cibi ricchi di acidi grassi idrogenati e saturi: come i prodotti da forno, da fast food, la margarina, le carni rosse, il latte, il burro e i formaggi. Vanno privilegiati invece quelli che apportano acidi grassi mono e polinsaturi».

La giusta dieta come segreto per la longevità

La «Positive Nutrition» si basa dunque sul presupposto che ogni cibo può svolgere delle funzioni (positive) specifiche per il nostro organismo: «Dobbiamo imparare a considerare ogni pasto come un progetto ormonale che condiziona direttamente il lavoro degli organi e che può agire sul nostro Dna – dichiara Sara Farnetti, specialista in medicina interna e malattie del metabolismo –. La nutrizione funzionale ci aiuta a capire come funziona il cibo che può essere uno strumento preventivo, terapeutico ma anche di guarigione. Il cibo, infatti, può attivare il gene della longevità agendo direttamente sui nostri geni».

mercredi 20 septembre 2017

Lo sport che ti allunga la vita? Il tennis

Uno studio durato 14 anni e realizzato in Gran Bretagna rivela come i giochi di ’racchetta’ siano più salubri del calcio, dimezzando il rischio di morte



Una volta era una telefonata che ti allungava la vita, naturalmente secondo un noto spot televisivo. Ora, spostandosi in campo sportivo, uno studio coordinato dalla Sydney Medical School e pubblicato dal British Journal of Sport Medicine sostiene che il tennis sia lo sport che allunga di più la vita, dimezzando il rischio di morte, seguito da nuoto, aerobica e ciclismo. Pollice verso invece per calcio, rugby e corsa: per questi sport, apparentemente, non ci sarebbero benefici.


I ricercatori hanno analizzato undici diversi studi fatti tra il 1994 e il 2008 in Inghilterra e Scozia, coprendo un campione di oltre 80mila persone di età media 52 anni che aveva descritto le proprie abitudini sportive, concentrandosi sulle attività più popolari emerse: sport di `racchetta´ (tennis, squash, badmnington), nuoto, aerobica, lavori di casa pesanti, camminata, calcio e rugby, corsa. Ogni soggetto coinvolto è stato poi seguito per nove anni, periodo durante il quale ci sono state circa 10mila morti.



In generale, confrontato con la quota di soggetti che non facevano attività sportiva, il rischio di morte è risultato minore del 47% per chi praticava sport di racchetta, del 28% per i nuotatori, del 27% per chi pratica le attività aerobiche in palestra, danza compresa, e del 15% fra i ciclisti. Per quanto riguarda invece la morte per problemi cardiovascolari lo studio ha trovato un rischio minore del 56% per i tennisti, del 41% per i nuotatori e del 36% per chi pratica aerobica.



Nessun beneficio statisticamente significativo è stato trovato invece per chi corre o fa calcio, anche se secondo gli stessi autori altri studi hanno invece trovato effetti positivi anche per queste discipline. «Questi risultati dimostrano che fare uno sport può avere grandi benefici per la salute pubblica - concludono gli autori -, e possono aiutare i medici a spingere i pazienti verso una maggiore attività fisica».

lundi 18 septembre 2017

Menopausa:diminuzione della memoria e disturbi cognitivi

Ma i rimedi ci sono: eccoli

Conseguenze negative dal calo degli estrogeni. Qualcosa si può fare. A partire dal tenere in movimento il cervello. Ecco come non perdere la testa 


QUANDO CI SI TROVA nel bel mezzo di una stanza e non si ricorda il perché. Quando quella parola così necessaria si perde nei meandri del cervello. Quando ci si accorge con orrore di aver saltato un appuntamento importante. Sono piccoli segnali che raccontano il tempo che passa, e indicano l'inizio di una nuova fase nella vita delle donne. Perché la menopausa non è solo vampate, insonnia, o atrofia vaginale – insieme ad altre condizioni più specifiche – ma anche una nebbiolina che appanna i ricordi.

Perché, racconta uno studio sul Journal of Neuroscience di un gruppo di ricerca della Harvard Medical School di Boston, i cambiamenti ormonali che si verificano al variare dello stadio riproduttivo di una donna, in particolare il crollo della produzione di estrogeni, possono avere un impatto negativo sulla funzionalità del cervello e peggiorare alcuni processi cognitivi come appunto la memoria, come lamentano quasi due donne su tre.

"Da tempo - spiega Michela Matteoli, che dirige l'Istituto di Neuroscienze del Cnr ed è responsabile del Neurocenter di Humanitas - sappiamo che il funzionamento del cervello è regolato anche dagli ormoni. Nelle donne, quelli femminili (estrogeni e progesterone) influenzano lo sviluppo di quest'organo già durante lo sviluppo prenatale: controllano la crescita dei neuriti, ovvero i prolungamenti dei neuroni, il processo di formazione delle sinapsi, la formazione della mielina, la guaina che riveste i prolungamenti neuronali e facilita la diffusione del segnale elettrico, e la plasticità, ovvero la base neuronale del processo di apprendimento.

Nel cervello, l'ippocampo (la regione legata all'immagazzinamento dei ricordi) contiene alti livelli di recettori per gli estrogeni e il progesterone. Non stupisce quindi che variazioni dei livelli ormonali nel corso della vita della donna si riflettano sulla funzionalità del cervello".



L'impatto della menopausa sulla memoria era già stato esplorato nel 2012 da un gruppo di ricercatori del Rochester Medical Center e dell'università dell'Illinois a Chicago. Somministrando alcuni test neuropsicologici a 75 donne tra i 40 e i 60 anni, gli studiosi avevano notato che nel primo anno post-menopausa le donne mostravano risultati significativamente peggiori non solo nei compiti di apprendimento verbale e della memoria, ma anche nell'attenzione, rispetto alle donne non ancora in menopausa. Nella nuova indagine, oltre ai test neuropsicologici, i ricercatori hanno usato la risonanza magnetica funzionale (fM-RI) su 200 donne tra i 45 e i 55 anni, a cui era stato chiesto di eseguire un'operazione di codifica verbale.

Osservando il cervello con la scansione durante l'esecuzione del compito, i ricercatori hanno scoperto un'alterazione della connettività a livello dell'ippocampo nelle donne in menopausa. "In particolare – spiega ancora Matteoli - si è visto che basse concentrazioni del 17beta-estradiolo (il principale ormone sessuale prodotto dalle cellule dell'ovaio) erano correlate ad alterazioni più pronunciate della connettività dell'ippocampo e a prestazioni peggiori in test di tipo mnemonico". Conclusione: il calo ormonale durante la menopausa gioca un ruolo significativo nella regolazione dei circuiti della memoria, già nelle prime fasi del processo di invecchiamento.


La correlazione tra menopausa e memoria, tuttavia, potrebbe non essere così stretta. "Molti ricercatori – aggiunge la neuroscienziata - ritengono che la confusione mentale in questa fase della vita non sia causata direttamente dalla mancata azione degli ormoni su recettori specifici, ma, in modo indiretto, dalle variazioni
ormonali in generale. Sappiamo infatti che queste alterazioni provocano altri sintomi come gli sbalzi d'umore e i disturbi del sonno, che a loro volta possono avere un impatto negativo sulle funzioni cognitive".

Come dissipare allora questa nebbiolina che a volte rende complicato ricordare azioni o parole? "Alcuni
esperti raccomandano l'uso della terapia ormonale sostitutiva. Ma, sottolinea Matteoli, le conclusioni non sono definitive: alcuni studi hanno concluso che questa migliori la memoria e gli altri aspetti cognitivi, altri suggeriscono che non abbia alcun effetto o possa averne uno negativo sulle facoltà cognitive. A tutt'oggi il quadro non è del tutto chiaro". Di certo per mantenere buone capacità mnemoniche e cognitive anche in menopausa, è utile un regolare esercizio fisico aerobico, in grado di aumentare nel cervello la produzione di fattori neurotrofici che proteggono la connettività dei neuroni e la loro plasticità, fondamentale per l'apprendimento, così come una dieta sana, povera di grassi, che riduca il carico infiammatorio dell'organismo. Infine una vita sociale attiva, la lettura, l'interesse per le cose, il costante apprendimento di una lingua.

mercredi 2 août 2017

La demenza colpisce meno gli anziani, ma i casi sono in aumento

L’invecchiamento della popolazione fa sì che il numero totale di ammalati sia sempre in crescita. Studio USA: meno a rischio le persone con un buon livello di istruzione
Sempre meno anziani si ammalano di demenza. La notizia è alquanto positiva e potrebbe sorprendere se si pensa al notevole incremento dei fattori di rischio vascolare per questa malattia neurodegenerativa come il diabete, l’ipertensione e l’obesità. Ma la conferma viene da uno studio americano apparso su JAMA Internal Medicine dal quale emerge anche che ad essere meno a rischio sono le persone con un buon livello di istruzione. E questo dato aiuterebbe a spiegare la tendenza generale alla diminuzione dell’incidenza tra gli anziani, dal momento che chi sta entrando oggi nella terza e quarta età ha almeno un diploma, insomma un livello di istruzione maggiore rispetto ai coetanei di un decennio fa.

«Sembra che gli investimenti effettuati in questo paese (gli Stati Uniti) nell’istruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale stiano dando i loro risultati in termini di una miglior salute del cervello tra gli adulti più anziani» ha spiegato uno degli autori, il professor David Weir dell’Università del Michigan e direttore dello studio Health and Retirement Study. «Ma il numero di anziani sta crescendo così rapidamente che l’onere complessivo della demenza sta ancora aumentando». In altre parole, nonostante la diminuzione dell’incidenza delle demenze , le malattie neurodegenerative sono comunque in continua e costante crescita a causa dell’invecchiamento della popolazione. Secondo l’Oms, il numero di malati potrebbe arrivare entro il 2050 a 135 milioni.

Tuttavia, secondo gli autori dello studio, c’è un «crescente numero di evidenze che questo declino del rischio di demenza è un fenomeno reale e che la crescita del peso delle demenze potrebbe in termini assoluti non essere così ampia come già stimato». I ricercatori hanno analizzato i dati e i risultati dei test cognitivi di oltre 21mila persone over 65 già reclutate nello studio Health and Retirement Study per valutare la tendenza del fenomeno nell’arco di dodici anni. Nel 2000, l’11% degli intervistati rientrava nei criteri diagnostici della demenza, nel 2012 era solo l’8,8% del totale. Nel periodo di tempo considerato, inoltre, il numero di anni scolastici era aumentato in media di 12 mesi, passando da 12 anni a 13 anni di istruzione.

Le attuali evidenti disparità nell’accesso all’educazione, ipotizzano gli scienziati, potrebbero avere delle conseguenze sulla salute del cervello e quindi sulla capacità di lavorare ed essere autonomi man mano che gli anni avanzano. Inoltre, non solamente il numero di anni trascorsi sui banchi di scuola conta, ma anche il poter accedere a lavori stimolanti, che accresce quella che i neuroscienzati chiamano “riserva cognitiva”, scudo protettivo in grado di fronteggiare (ed eventualmente ritardare) la comparsa delle malattie neurodegenerative.


«Un cambiamento nelle previsioni generali sulla demenza può avere un notevole impatto economico - ha commentato il responsabile dello studio, Kenneth Langa della Medical School dell’Università del Michigan - Ma non fa nulla per ridurre l’impatto che ogni singolo caso ha sui pazienti e sugli operatori sanitari. Questo sarà ancora a lungo un problema prioritario per le famiglie e per la politica sanitaria, ora e nei decenni a venire».

mardi 1 août 2017

L'eterna giovinezza: Le donne sono più "multitasking" degli uomini.

L'eterna giovinezza: Le donne sono più "multitasking" degli uomini.: Il segreto è negli ormoni Uno studio svizzero ha identificato il segreto della capacità femminile: quando calano, diminuisce anche ...

Le donne sono più "multitasking" degli uomini.

Il segreto è negli ormoni


Uno studio svizzero ha identificato il segreto della capacità femminile: quando calano, diminuisce anche l'impegno su più fronti


LE DONNE sono in grado di svolgere più compiti contemporaneamente? Si, secondo numerosi studi scientifici che hanno riconosciuto al gentil sesso proprio la capacità di essere multitasking, cercando spesso i motivi di questa abilità. Lo ha fatto anche una nuova ricerca svizzera, pubblicata sul giornale Royal Society Open Science, che ha deciso di aggiungere un ulteriore tassello alle indagini in questo campo, individuando negli ormoni tipicamente femminili i responsabili di un comportamento dalle basi complesse.

Il test è stato condotto dal gruppo di Tim Kileen dell'University Hospital Balgrist di Zurigo, coinvolgendo 83 volontari sani di età compresa tra i 18 e gli 80 anni (31 soggetti tra i 18 e i 39, 23 tra i 40 e i 59 e 29 tra i 60 e gli 80), cui è stato chiesto di camminare su un tapis roulant e contemporaneamente dedicarsi ad un test linguistico. La prova nel dettaglio era di eseguire il cosiddetto "Stroop test", che prende il nome dallo studioso che lo ha ideato, è strutturato per associare parole e colori e che è stato impostato così: inizialmente i partecipanti hanno camminato guardando uno schermo con una semplice croce nera, in un secondo momento sul video è apparso uno stimolo che prevedeva una parola ed un colore congruenti ed infine è
giunto un input più complesso in cui parola e colore erano discordanti. In quest'ultimo caso è necessario scindere il vocabolo dal suo significato (per esempio, la parola rosso può essere scritta in giallo), situazione inconsueta capace di mettere in difficoltà.


La scelta è ricaduta su una prova organizzata secondo quanto riportato perché lo Stroop test è in grado di tenere occupato di più l'emisfero sinistro del cervello, che controlla anche il movimento dell'arto sul lato opposto del corpo. Ebbene, sia gli uomini, sia le donne in menopausa hanno dimostrato una riduzione nell'oscillazione proprio del braccio destro, una parte del movimento utile a mantenere l'equilibrio. Da notare che, per ottenere misurazioni rigorose ed affidabili, le valutazioni sono state effettuate grazie a riprese video dei partecipanti, con cui sono stati monitorati gli spostamenti nelle diverse condizioni della prova.


In ogni caso, è come se nei soggetti che hanno manifestato difficoltà l'obbligo di svolgere il test linguistico abbia inibito la capacità di muovere il braccio. Le uniche persone a non avere problemi sono state le giovani donne, spingendo i ricercatori a considerare la presenza degli estrogeni come base del comportamento multitasking. Perché un'alta concentrazione di questi ormoni avrebbe effetti a livello cognitivo ed addirittura inibirebbe risposte inappropriate; infatti, sempre secondo lo studio svizzero, quando con l'avanzare degli anni (sopra i 60) la carica ormonale cala, anche chi appartiene al gentil sesso inizia ad avere difficoltà nell'eseguire più azioni contemporaneamente, proprio come gli uomini. I risultati hanno relativamente sorpreso i ricercatori, ma se siano applicabili ad altri tipi di multitasking, quali guidare, o mandare sms, o mangiare e fare altro, è ancora tutto da dimostrare e saranno necessari ulteriori studi.





Salute e bellezza con l’aceto di mele